PORTABILITÀ DEI DATI E LOCK-IN TECNOLOGICO: SIAMO SICURI CHE IL GDPR FUNZIONERÀ?

Come riporta un articolo de Il Sole 24 Ore, alcuni interventi legislativi possono talvolta darci l’impressione che qualcosa, che credevamo poco realistico, possa davvero cambiare. Potrebbe essere questo il caso del diritto alla portabilità dei dati, introdotto dal Regolamento europeo 2016/679, entrato in piena operatività lo scorso 25 maggio.

Vale la pena ricordare che la norma in questione, che rappresenta anche una delle principali novità introdotte dal General Data Protection Regulation, permette agli interessati di ottenere e riutilizzare i propri dati: in altre parole, il GDPR ha introdotto il diritto in capo ai “proprietari” di scaricare i dati personali raccolti su di loro dalle piattaforme esistenti e di trasferirli in altre, anche concorrenti. Ciò significa che da un lato i dati “ritornano” in possesso degli interessati e, dall’altro, che le neo piattaforme, che entrano o entreranno sul mercato – previo consenso – possono riutilizzare i dati personali degli utenti. L’obiettivo del diritto alla portabilità dei dati è, dunque, anche quello di ampliare il margine di controllo da parte dei consumatori, impedendo forme di lock-in tecnologico.

 Tutto questo avviene in teoria. E in pratica? “è presto per dirlo” dice Antonello Soro, Garante Privacy italiano e vicepresidente del Gruppo di lavoro ex Articolo 29: “lo scopo della portabilità dei dati è proprio quello di aprire il mercato e mettere in gioco nuove alternative. Google e Facebook sono pensati come monopolisti dei loro settori tecnologici specifici – i motori di ricerca e i social network – ma in realtà hanno conseguenze enormi su altri settori, come la pubblicità. Gli effetti distorsivi sulla concorrenza dell’azione di questi giganti non sono ancora percepiti abbastanza. E uno dei motivi che consentono loro di avere tanto potere sul mondo della pubblicità è proprio il possesso esclusivo di dati personali. L’attuazione della portabilità dei dati potrebbe rimettere in gioco altri soggetti. Ma il processo richiederà un tempo relativamente lungo di adattamento: l’interoperabilità dei dati è più facile dove già esiste concorrenza, come nel settore delle banche, ma è più difficile dove prevale il lock-in dei giganti, come nei motori di ricerca o nei social network”.

Ci chiediamo, a questo punto, se il GDPR possa mettere in campo strumenti e soluzioni in grado di porre un freno alla posizione dominante dei (pochi) colossi americani che da soli detengono un patrimonio informativo immenso, e, soprattutto, se non sia il caso di regolamentare anche le piattaforme digitali.

Si è posto i medesimi interrogativi anche Luigi Zingales, intervenuto a Trieste lo scorso 14 e 15 giugno in occasione di State of the Net, conferenza internazionale sullo stato dell’arte della rete in Italia e nel mondo. L’economista e accademico, attingendo ai risultati di una conferenza sulle politiche anti-trust, organizzata all’Università di Chicago, ha parlato della necessità di introdurre nuove regole per salvaguardare la concorrenza nel mondo delle piattaforme digitali, le quali tendono a creare monopoli che riescono ad impedire l’inter-operabilità.

Per valutare il GDPR, commenta Zingales, “occorre rendersi conto che i problemi sono spesso nei dettagli. Vediamo all’atto pratico se funziona [il GDPR] o se il diritto dovrebbe essere accompagnato da incentivi per attuare la portabilità dei dati”.

Fonte: Il Sole 24 Ore

 

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